“Per favore, non chiamatela riforma della giustizia” dicono in coro i magistrati dell’Anm, riunitisi a Cuneo e ad Asti, come in tutta Italia, per dire no al disegno di legge voluto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio.
L’astensione dalle udienze ha visto anche nei tribunali della Granda un’alta adesione: a Cuneo intorno al 70% sia nel civile che nel penale e al 100% nella procura, ad Asti (competente sull’ex tribunale di Alba) al 95% nei tribunali e all’88% tra i pm. È una decisione assunta a malincuore, dice il sostituto procuratore Carla Longo, che è segretaria della sottosezione di Cuneo dell’Associazione Nazionale Magistrati. Perché la speranza è che nel muro contro muro si apra qualche crepa e che il governo ci ripensi: “Per noi non è facile essere qui e scioperare, ci sentiamo parte delle istituzioni. La collettività potrebbe pensare che i magistrati si astengano ‘contro’ qualcosa, in realtà lo facciamo in difesa della Costituzione. Il 5 marzo ci sarà un incontro col governo, per capire se è ancora possibile instaurare un dialogo”.
Almeno per adesso, però, restano la proposta e la protesta. “Viene definita riforma della giustizia quella che è solo una riforma della magistratura” dice Longo, ed è la critica più popolare anche tra chi non è contrario a priori al disegno costituzionale: “Non è una riforma della giustizia perché di giustizia non si sente parlare: di risorse, di personale, di stabilizzazione dell’ufficio del processo. Qui non c’è nulla di tutto questo”. Ci sono invece tre punti che riguardano la separazione delle carriere di giudici e pm, l’elezione del Consiglio superiore della magistratura e l’azione disciplinare verso le toghe.
Il primo è quello più contestato. La normativa attuale prevede per i magistrati la possibilità di passare dalla carriera requirente a quella giudicante (cioè dal ruolo di chi rappresenta l’accusa a quello del giudice), o viceversa. Per effetto della riforma Cartabia si può fare una sola volta ed entro dieci anni dalla prima assegnazione. Ma la temuta commistione tra chi accusa e chi sentenzia è un falso problema, dicono i togati, e le statistiche lo dimostrano: negli ultimi cinque anni solo lo 0,83% dei pubblici ministeri hanno lasciato le procure per i tribunali e appena lo 0,21% dei giudici hanno fatto il “salto” opposto. Le sentenze, poi, vedono un sostanziale “cinquanta e cinquanta” tra assoluzioni e condanne e un numero di archiviazioni delle procure superiore alle richieste di rinvio a giudizio.
Sul punto concorda il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Cuneo Alessandro Ferrero, per il quale la sudditanza di certi giudici, se esiste, è un fatto culturale: “Se non si ha una cultura della giurisdizione corretta, il giudice che si ritiene ‘spostato’ verso il pubblico ministero continuerà a esserlo anche dopo la riforma”. Anche recenti processi con una forte componente politica, rileva l’avvocato, hanno confermato l’indipendenza del giudice terzo: il caso Open Arms con l’assoluzione di Salvini, o la più recente sentenza di condanna per il sottosegretario Andrea Delmastro dopo che la procura aveva chiesto il proscioglimento.
“È vero - aggiunge Ferrero - che ci capita di confrontarci con pubblici ministeri assolutamente impermeabili alle ragioni della difesa”, là dove invece il pm Longo tiene a dire che “nessuna porta in procura è mai stata trovata chiusa da un avvocato che ha portato una testimonianza o una prova a favore del suo assistito”. Questione di cultura e di sensibilità dei singoli, di nuovo.
La riforma però non riguarda solo questo. Con la separazione delle carriere ci sarà uno sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno del potere giudiziario. Ma soprattutto una revisione della funzione disciplinare: si prevede di affidarla a un’alta corte di giustizia, un “super Csm” con giudici, procuratori e membri laici, le cui decisioni non saranno più appellabili - come invece accade oggi. “È una riforma punitiva nei confronti della magistratura, realizzata approfittando di maggioranze di governo che in questo momento lo consentono” denuncia la referente cuneese dell’Anm.
Terza grande questione è l’elezione dei membri togati del Csm: sono venti su trentatre e oggi vengono eletti dai magistrati. Se passa la riforma, verranno invece sorteggiati, così come i membri laici su cui però il parlamento effettuerà una prima “scrematura”: è una misura che il governo ha voluto per farla finita con il contestato sistema delle correnti, al centro di polemiche e scandali. Ma le toghe non ci stanno: “Saremmo l’unica categoria professionale in Italia non in grado di eleggere i propri rappresentanti. Perfino alle elementari si vota il capoclasse” protesta Longo. Ferrero sostiene invece che il sorteggio sia un male necessario: “Non è la soluzione migliore, ma forse quella che meglio garantisce da patologie come quelle a cui abbiamo assistito. Il caso Palamara è stato un vaso di Pandora”.
Il procuratore capo Onelio Dodero ci va ancora più pesante con l’ironia: “Ci dividono in due ordini e ci governerà il lancio di dadi, ma solo per la componente togata. Non siamo capaci di intendere e di volere e abbiamo bisogno di un’amministrazione di sostegno”. Sui fautori della riforma, definiti “prepotenti proponenti”, punta il dito il capo della procura: “Ci trattano come scocciatori e lo siamo perché non la pensiamo come loro”. Dodero teme che il vero obiettivo sia un altro, aprire la strada all’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. In Italia, il pm che riceve una notizia di reato ha il dovere di indagare. In altri ordinamenti legali, come gli Stati Uniti, vige invece un sistema discrezionale dove si indicano le priorità da perseguire: il rischio è che la politica metta il cappello sulle scelte della giustizia. “Nella riforma Cartabia è già scritto che il parlamento dovrebbe indicare le priorità da seguire” avverte il procuratore capo, lanciando una stilettata a una proposta di legge dello stesso tenore che Enrico Costa, ai tempi in Azione, aveva presentato alla Camera: “Così finiremo a parlare di abigeato e ci occuperemo di corruzione solo ‘nei casi e nei modi previsti dalla legge’, con cautela”.