Dagli applausi dai balconi alle aggressioni ai sanitari: non ne siamo usciti migliori
A cinque anni dal lockdown, di quel senso di comunità che si sentiva tra marzo e maggio del 2020 non c’è più tracciaC’è stato un momento, durante il lockdown tra marzo e maggio del 2020, in cui ci convincemmo che la tragedia del Covid avrebbe portato con sé anche conseguenze positive, lezioni da imparare e insegnamenti di cui fare tesoro negli anni a venire. Era quel momento in cui ci si affacciava dai balconi per applaudire in segno di gratitudine verso il personale sanitario, in un flashmob andato in scena anche a Cuneo e dintorni. Quel momento in cui il ritrovarsi tutti insieme di fronte a una sfida epocale ci fece riscoprire per un po’ un senso di comunità che forse in Italia si era visto solo in occasione delle partite degli azzurri ai Mondiali (e ora non più, dato che l’Italia non va ai Mondiali da undici anni). Chiusi tra le mura delle nostre case, cercavamo di farci forza pensando che quel nostro sacrificio - per alcuni insignificante, per altri enorme, a seconda delle sensibilità e delle circostanze - sarebbe servito per uscire fuori da una situazione sconosciuta e in quei primi giorni disorientante e spaventosa. Erano i giorni in cui ci ripetevamo mantra come “Andrà tutto bene” e “Ne usciremo migliori”. Oggi, a cinque anni quasi esatti dall’entrata in vigore del lockdown, annunciato dall’allora premier Giuseppe Conte la sera del 9 marzo 2020, possiamo senz’altro affermare che no, non ne siamo usciti migliori.
Un dato su tutti: negli ultimi cinque anni le aggressioni contro gli operatori sanitari in Italia sono aumentate del 38%, con circa 18 mila episodi registrati nel 2024, alcuni dei quali anche negli ospedali della Granda. Un dato allarmante, che ha avuto una particolare incidenza sulle donne, con le infermiere che risultano le più colpite, subendo il 76% delle aggressioni. Gli stessi operatori sanitari ai quali si dedicavano gli applausi dai balconi, gli stessi che definivamo “i nostri angeli” in quelle prime fasi della pandemia. In questa degenerazione grandi responsabilità, senz’altro, ricadono su chi in questi ultimi cinque anni - non solo sui social, ma addirittura dai banchi del Parlamento - ha soffiato (e ancora soffia) sul fuoco della sfiducia, alimentando dietrologie e complottismi su ogni singolo aspetto dell’emergenza sanitaria, dalle misure di contenimento alla campagna vaccinale che ne sarebbe seguita. Personaggi, questi ultimi, che nel caos della pandemia hanno visto una strada per lucrare sulla debolezza e sulla paura di chi li ha seguiti, forse come forma di rifiuto verso una realtà che sembrava troppo inquietante e incerta.
In generale, quel senso di comunità che si sentiva nei mesi del lockdown si è rivelato illusorio: a cinque anni da quei momenti, si sono allargate le distanze tra le persone, si sono inasprite le divisioni e le tensioni. Lo vediamo ogni giorno dal nostro piccolo “osservatorio” social, senza la pretesa di considerarlo un indicatore generale: sostanzialmente non esiste argomento, tra quelli trattati nei nostri articoli, che non possa fare da spunto per polemiche e litigi virtuali nei commenti. Non esiste - o quasi - articolo la cui sezione commenti non possa da un momento all’altro trasformarsi in vomitatoio di odio, degrado e violenza verbale.
La distanza tra le persone, poi, è anche fisica: la solitudine è diventata tema centrale per chi si occupa di disturbi mentali. In un’indagine Eurostat del 2024 il 12-13% degli italiani dai 16 anni in su ha dichiarato di non avere nessuno con cui parlare dei propri problemi, una percentuale che nel resto d’Europa si ferma in media al 6%. Un processo iniziato già prima della pandemia, - smartphone, social e tecnologia sono un fattore determinante - ma che ha trovato un amplificatore nel lockdown, nelle zone rosse e in tutte le misure di distanziamento entrate in vigore nelle fasi più critiche dell’emergenza Covid.
Un’altra eredità, la più tragica, è quella legata al lutto per i morti. In provincia di Cuneo quelli accertati con tampone positivo al Covid sono stati 1.600, ma i dati Istat restituiscono l’immagine di una realtà ancora più drammatica. Nel 2020 in provincia di Cuneo sono morte (per tutte le cause) 8.595 persone, il 19,6% in più rispetto alla media dei cinque anni precedenti: nel 2019 i decessi erano stati 7.171, nel 2023 (6.931) e nel 2024 (6.810) sono tornati ai livelli pre-pandemia. In Italia nel 2020 sono morte 746.146 persone, oltre 100 mila in più rispetto al 2019, quando ne erano decedute 644.515. Con buona pace di chi ancora oggi lancia allarmi per un presunto quanto inesistente incremento delle “morti improvvise” da associare al vaccino, mostrando di non avere rispetto nemmeno per i defunti e per chi li piange. Quell’aumento dei decessi semplicemente non c’è, in nessuna fascia d’età della popolazione.
Insomma, di quel senso di comunità che si avvertiva tra marzo e maggio del 2020 oggi non c’è più traccia. Non c’è modo per provarlo, per averne certezza: la statura morale non è qualcosa che si può misurare scientificamente. Non è che una sensazione, ma tant’è: se ci si guarda intorno, a cinque anni dallo scoppio della pandemia e dal lockdown, è difficile, se non impossibile, affermare che ne siamo usciti migliori.
Andrea Dalmasso

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