Se descrivere un assassino diventa un crimine
L’ondata di indignazione per un titolo sull’omicidio Sara Campanella pone un tema serio: bisogna capire cosa si vuole dai cronisti, invece di invocare la gognaQualcuno mi dovrebbe spiegare in quale maniera descrivere un assassino come “introverso e con la passione per la danza” lo renda meno criminale e meno esecrabile. Io, giuro, non l’ho capito. Eppure l’ondata di indignazione che si è levata dai social contro un titolo de La Sicilia, sul tremendo omicidio di Sara Campanella, segue un copione che ormai vediamo ripetersi identico a ogni episodio analogo.
Si cerca il titolo più strambo, decontestualizzandolo, e si scatena la canea. Écrasez l'Infâme. Nel caso di specie, un collega di un giornale locale, come il mio, che si è trovato a mettere insieme un pezzo con le pochissime informazioni disponibili sull’autore del delitto (i titoli, nelle grandi redazioni, di solito non li fa chi firma l’articolo). Io l’ho letto: si parla dell’immagine di Stefano Argentino sui social, dei suoi genitori, delle dichiarazioni rilasciate dal sindaco e dall’ex sindaco di Noto, la sua città. C’è poca roba, concordo. E tanto è bastato perché l’autore del pezzo - che, ribadisco, potrebbe non coincidere nemmeno con l’autore del titolo - venisse gratificato di commenti del genere: “Qual è la tua intenzione? Quella di farci provare empatia per quell’abominio? Cambia lavoro perché è chiaro che il giornalista non lo sai fare”, “quando capiterà a tua figlia chiederemo ai killer che squadra tifano”, “ma non ti vergogni un po’?”.
Servirebbe, non lo penso da oggi, una seria riflessione sull’esposizione mediatica di questi crimini. Ma bisognerebbe che una voce in capitolo l’avessero anche quelli che i meccanismi di formazione di una notizia li conoscono perché ci lavorano, non solo chi si diverte a sputarci addosso da dietro a uno schermo o chi - associazioni, politici, attivisti - cavalca l’onda con comunicati stampa furenti, per il piacere di riscaldarsi alla tiepida fiamma della propria virtù.
Di omicidi commessi da uomini contro le proprie mogli, compagne, figlie o semplici conoscenti oggi si parla tantissimo, come più in generale della violenza di genere. Ed è un bene, purché ci si renda conto di quel che porta con sé questa forte esposizione. Perché quando si scrive tanto si finisce per forza a scrivere di quel che non è più cronaca, ma qualcos’altro: il commento, l’approfondimento con gli esperti, il retroscena sulla vita del killer o della vittima. O torniamo al vecchio modello del resoconto con tre colonne in cronaca - e il giorno dopo si cerca un altro tema, oppure cerchiamo di tenere acceso un riflettore, accettando il rischio di dire più del necessario e magari anche più dell’opportuno.
Io penso, ma è questione di sensibilità, che pubblicare il diario della vittima o i messaggi con cui, morente, invocava aiuto (lo abbiamo visto fare), possa essere più inopportuno e pornografico che proporre uno scarno profilo dell’assassino. Più in generale mi domando quando, di preciso, siamo diventati così fanatici e monodimensionali da credere che approfondire - per quanto possibile - la psiche e i moventi di un criminale significhi “farci provare empatia per quell’abominio”.
Io per lavoro mi occupo molto di cronaca giudiziaria, da sei anni vado in tribunale cinque giorni alla settimana. Sul comodino tengo la raccolta dei pezzi di “nera” firmati da Dino Buzzati per il Corriere della Sera. È una lettura rivelatrice, perché fa capire quanto la cronaca e la narrativa, perfino fantastica, a volte possano fondersi (nella penna di un genio, beninteso). Ma anche quanto il mestiere del giornalista sia cambiato - e non sempre in peggio. A Buzzati, per esempio, capitava di essere convocato nella stanza del commissario Nardone insieme ai fotografi, mentre si raccoglieva la confessione di Rina Fort, la “belva di via San Gregorio”.
Oggi non solo non succede più nulla di simile, ma nemmeno si riuscirebbe a immaginarlo. I cronisti, nelle procure e nei commissariati, sono trattati come cani in chiesa. Dirò di più: tante volte, è bene che sia così. Perché esiste il segreto istruttorio, perché c’è da tutelare il dolore e la riservatezza delle vittime o delle loro famiglie, perché i colpevoli - anche i peggiori colpevoli, sì - hanno diritto a difendersi. E però qualcosa bisogna scrivere, e bisogna anche scriverne tanto, dato che è la nostra attuale priorità collettiva: ecco perché poi si finisce a raccontare dell’introverso con la passione per la danza. Finendo impallinati dalle stesse persone che sottolineano - qui a ragione - come i “mostri” non esistano, e anzi gli autori di crimini efferati contro le donne il più delle volte siano uomini molto comuni, perciò molto poco individuabili.
La mia non vuole essere una difesa di categoria, men che meno di genere, anche se inevitabilmente, per qualche manicheo, si ridurrà tutto a questo. Pazienza. Quanto al resto, decidete quel che volete da noi: poi, con calma, fatecelo sapere.
Andrea Cascioli

femminicidi - cronaca nera