Sul furgone gli attrezzi rubati al collega muratore: “Volevo che restituisse il maltolto a mio cognato”
Il pm ha chiesto sei anni per tentata estorsione e furto in abitazione. L’albanese, irregolare in Italia e senza patente, afferma di aver agito per ripiccaUn furto? No, semmai un tentativo di ottenere una “restituzione”. Così si è difeso un uomo imputato di tentata estorsione e furto in abitazione, accuse gravi per le quali il pm ha chiesto sei anni di reclusione.
Tutto nasce appunto dalla sparizione di alcuni attrezzi su un cantiere di Caraglio, dove E.S., il muratore albanese sotto accusa, aveva lavorato insieme alla persona offesa. Ad agosto del 2021 quest’ultima aveva chiamato il 112, avvisando di aver individuato sul viadotto Soleri il presunto autore del furto subito il giorno prima. Una pattuglia della Polizia aveva fermato il furgone su cui viaggiava l’albanese, privo di patente di guida e di permesso di soggiorno, e l’aveva accompagnato in Questura. Qui l’uomo aveva raccontato la sua versione dei fatti: “Sosteneva che il collega avesse a sua volta rubato degli attrezzi a suo cognato: per questo lui si era recato a prenderli nel magazzino aperto, venendo notato dalla sorella della persona offesa che non lo conosceva” ha riferito in proposito l’assistente Marco Aleci della Squadra Volanti. Gli attrezzi, custoditi nel furgone, erano stati quindi riconosciuti e restituiti.
I successivi accertamenti hanno confermato che i due muratori, l’albanese e l’italiano residente a Bernezzo, avevano lavorato entrambi sul cantiere per conto di un’impresa subappaltatrice, intestata al cognato dell’imputato. Nessuno dei due era in regola. All’impresario che gestiva l’intero appalto non erano arrivate segnalazioni di furti dall’albanese. L’altro muratore, invece, aveva denunciato la sparizione di alcuni attrezzi di scarso valore.
Per il sostituto procuratore Pier Attilio Stea le due condotte, cioè il presunto furto subito dal cognato dell’imputato e quello successivo, “non possono essere poste in relazione”. Questo perché l’uomo, dice il pm, non si era limitato a recuperare il “maltolto”: “Si è riempito il furgone di attrezzature dell’artigiano: si è realizzato in questo modo un ‘pegno’ per costringere la persona offesa a una condotta, nell’ottica dell’autore, di ‘restituzione’”. Non vi è certezza, comunque, su chi fosse responsabile del furto in cantiere: “Il fatto che non ci fossero effrazioni sulla porta del magazzino non significa che la persona offesa fosse l’autore del furto: è una congettura”.
L’avvocato Roberto Tesio contesta sia l’ipotesi di una tentata estorsione (“mancano la violenza o la minaccia”), sia che si possa parlare davvero di furto in abitazione: “È un magazzino aperto non adibito ad attività quotidiane, che confina con l’abitazione della persona offesa ma non ne fa parte”. In merito alla refurtiva, aggiunge, “non sappiamo se gli attrezzi fossero quelli rubati, perché non è stata fatta un’indagine sul punto. In ogni caso si tratta di beni fungibili e non di attrezzature particolari”. Il comportamento di E.S., pur “antigiuridico”, non sarebbe quindi connotato da una volontà estorsiva: lo prova, a giudizio della difesa, anche il fatto che l’imputato avesse cercato di mettersi in contatto col collega il giorno in cui si era recato a casa sua, prima di “prelevare” gli attrezzi. Il giudice si esprimerà il 17 gennaio.
Andrea Cascioli

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