“Vado e li ammazzo”. Due fratelli a processo: volevano vendicarsi di chi li aveva minacciati
Contro i due, poi assolti entrambi, pendevano accuse di minaccia e favoreggiamento: “Un chiarimento all’albanese” secondo la difesaSono stati assolti da entrambe le imputazioni, favoreggiamento e minaccia, due fratelli albanesi di Piasco finiti a processo per un episodio risalente al dicembre 2020.
K.M. e R.M., i protagonisti di questa vicenda, erano nell’abitazione di famiglia con i genitori e altri parenti il giorno di Santo Stefano. Qui erano stati raggiunti da due persone con il volto coperto: “In mano avevano l’uno una pistola finta e l’altro una spranga di ferro” ricorda il padre dei due fratelli, il primo a chiamare, di nascosto, il 112. “Erano a un centinaio di metri di distanza, hanno detto in albanese che ci avrebbero ammazzati tutti” ha spiegato l’uomo in aula, nel processo a carico dei figli. Loro, dice, di paura non ne avevano: “Sono giovani”. Lui invece si era preoccupato anche per loro, quando si erano lanciati all’inseguimento degli autori dell’intimidazione, diretti a Busca.
La denuncia è poi arrivata per i figli, perché ritenuti restii - a differenza del padre - nel raccontare ai carabinieri ciò che era accaduto. A un militare che aveva contattato K.M. sul cellulare, dalla centrale operativa di Saluzzo, quest’ultimo aveva detto: “Sì, vado a Busca, ma non sono cose che ti riguardano. Vado e li ammazzo tutti, anche io sono armato”. Il tutto, precisa l’operante, “con una certa arroganza”. L’allora comandante della stazione di Venasca, il luogotenente Luigi Matrone, aveva ricevuto una risposta dello stesso tenore: “Uno dei due mi ha detto che avrebbero risolto le questioni ‘a modo loro’, uccidendo i due uomini e facendo a pezzi i figli. Disse anche che conosceva i soggetti in questione, senza però spiegarci chi fossero”.
“Abbiamo detto ai carabinieri che l’avremmo risolta a modo nostro, ma senz’altro non con l’idea di fare del male” ha precisato K.M., parlando in tribunale prima della sentenza. In merito a quanto accaduto più tardi, quando i fratelli avevano rintracciato un presunto autore della minaccia, l’imputato ha dichiarato: “Ci siamo spinti un po’, ma non lo abbiamo mai minacciato. Dopo quella sera ci siamo ancora visti, abbiamo discusso con lui e sistemato le cose”.
L’altro uomo, anche lui già conosciuto dalle forze dell’ordine, aveva dichiarato di essere stato preso a cinghiate davanti a un locale di Busca: “Abbiamo appreso in seguito dai colleghi che aveva minacciato con le armi i fratelli” ha detto il maresciallo maggiore Stefano Imperatori, all’epoca comandante della caserma di Busca. Una pattuglia aveva fatto il giro dei bar per capire dove si fossero diretti i due fratelli, più tardi sottoposti anche a una perquisizione domiciliare alla ricerca di armi: non ne erano state rinvenute. Per entrambi gli accusati, il pubblico ministero Rosa Alba Mollo aveva chiesto la condanna a un anno e mezzo.
“Non c’è stata una minaccia vera e propria ma un confronto molto acceso” ha sintetizzato l’avvocato Di Vito: “Un chiarimento all’albanese” secondo il legale. Il difensore di R.M., l’avvocato Michele Parola, ha osservato che “il fine ultimo non era impedire che la polizia portasse a termine le indagini, ma farsi giustizia da sé: possiamo ritenerlo scorretto, ma non è favoreggiamento”. Quanto alla minaccia, ha aggiunto, la stessa persona offesa avrebbe chiarito che “se avessero voluto ammazzarmi lo avrebbero fatto”.
Il giudice Emanuela Dufour ha assolto entrambi gli imputati, perché il fatto non costituisce reato quanto all’ipotesi di favoreggiamento e perché il fatto non sussiste rispetto all’imputazione di minaccia.
Andrea Cascioli

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