Che fine ha fatto il tesoro della Quarta armata? La vicenda ricostruita in un libro
Al Museo Diocesano presentato il lavoro di Riccardo Rossotto, avvocato che da anni approfondisce gli eventi della storia contemporaneaGiovedì 3 aprile il Museo Diocesano di Cuneo ha ospitato la presentazione del libro “La vera storia del tesoro della 4ª armata, il memoriale originale del generale Operti”, scritto da Riccardo Rossotto, avvocato che da anni approfondisce gli eventi della storia contemporanea. Il lavoro di Rossotto si è concentrato su un episodio particolare che ha coinvolto il generale Raffaele Operti, intendente della quarta armata e ragioniere, di quelli che “contavano anche le cinque lire”. Operti si ritrova coinvolto negli accadimenti post 8 settembre, relativi all’armistizio del governo Badoglio con gli Alleati. Un quadro di totale caos che trova nel generale Operti il “protagonista”. La particolarità è che il generale era il custode della cassa comune della Quarta armata. Una cifra altissima, pari a 170 milioni di euro attuali. In una situazione così complicata il generale decide di tenere la barra dritta, senza scappare frazionando l’immensa somma di denaro in diversi rivoli, a volte facendo bene e altre volte meno bene. Durante la presentazione iniziale del libro c’è stato anche un breve ricordo per Giandomenico Genta.
Ma perché si parla dopo ottant’anni di un evento che ha toccato dal punto di vista politico queste zone e anche economicamente? “Sono cinque anni che cerco di capire cosa fosse successo. È stata un’occasione anche per capire come è nata la Resistenza qui e quali fossero i dibattiti interni ad essa. Una narrazione che è stata caratterizzata, secondo me, da buoni e cattivi, ha lasciato fuori dei pezzi come Mauro Martini. Capo partigiano il cui nome non viene raccontato, salvo alcuni episodi dalla storiografia. Il Corpo Volontario della Libertà aveva cercato di riunificare tutte le brigate partigiane, anime che si sono scontrate al loro interno per decidere come combattere i nazifascisti. Erano tutti uniti nell’obiettivo, ma all’interno le anime erano diverse. È proprio in questo contesto che il generale Operti si trova coinvolto”. 170 milioni di euro non sono pochi, quella era la somma che il generale Operti doveva gestire per organizzare l’armata. Alla prima occasione utile consegna il residuo di quella cassa alla Banca d’Italia di Cuneo il 25 aprile.
Ne consegnerà 85 milioni, con tanto di regolare ricevuta. Ecco, sicuramente però sorge una domanda spontanea: il resto? Qui si apre un enorme dibattito, che sfocia anche in una pesante campagna stampa denigratoria che ha come protagonista anche Giorgio Bocca, soprattutto nel momento in cui Operti viene coinvolto in un processo legato a Bernocco, che non lo riguardava direttamente però. Qui parte quella campagna stampa pesante che costringerà lo stesso Operti a difendersi sia in sede amministrativa, sia in sede penale, ma anche reputazionale. Scriverà anche un memoriale in cui difende la sua posizione, una storia che ripercorre tutto il periodo (venti mesi circa) in cui è stato il custode della cassa. Nel 1948 scriverà anche un libro a riguardo.
Le storie ricamate dietro questo tesoro sono molteplici, come quella che riguarda grandi dinastie imprenditoriali dell’albese partite proprio grazie ad una porzione di quei soldi. Ma la particolarità di tutta questa vicenda è che è stata dormiente per più di settant'anni. Come sono andate le cose? La leggenda si intreccia con eventi storici, ma resta il fatto che l’unica cosa certa è la restituzione di quel 50% alla Banca d’Italia di Cuneo. Una vicenda spinosa, contorta e che ha dato vita anche a leggende. Un lavoro di ricostruzione storica che è stata fonte di grande soddisfazione per l’autore: “Proprio ad Alba vennero dei rappresentanti della sinistra italiana e mi hanno riconosciuto che questa storia della Resistenza Piemontese, raccontata in tutte le sue anime, belle o brutte, avvicina all’interesse perché non è una storia di eroi inimitabili. Se io racconto la vicenda nella versione giusta, indipendentemente dalla mia visione ideologica, avvicino di più i giovani. Comprendono meglio la vicenda e lo vedo quando vado nelle scuole a raccontarla”.
Piero Coletta

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